Gli uccelli della mia infanzia

Ciao a tutti! In questo post vorrei fare un tuffo nel passato e raccontarvi di come ho sviluppato l’incredibile passione che ho oggi per l’ornitologia. Tuttavia, anche se gli uccelli mi affascinano da sempre, è solo negli ultimi 3 anni che ne ho preso davvero coscienza.

Come vi avevo già raccontato, fino al 2010 la mia famiglia aveva una piccola fattoria ad uso familiare. Fino agli anni ‘70 c’erano due mucche per il latte, un asino per tirare il carro, e qualche capretta tibetana, probabilmente per evitare di dover tagliare il prato. In seguito sono rimasti soltanto animali di taglia più piccola come conigli, galline, tacchini, anatre, oche e qualche volta anche le faraone (ma facevano troppo baccano).

E poi sono arrivato io, nel 1987. Per vari motivi lavorativi dei miei genitori, dopo la scuola loro non potevano tenermi, e io passavo un sacco di tempo con la mia nonna materna (che comunque lavorava ancora, visto che quando sono nato lei aveva solo 47 anni). Lei, assieme al fratello di suo marito (mio nonno, che purtroppo morì 2 anni prima che io nascessi), gestiva questa mini fattoria, occupandosi praticamente di tutto, compresi i terreni coltivati che avevamo. Io quindi sono cresciuto praticamente nel pollaio e in mezzo ai campi. È vero, abbiamo sempre avuto anche cani e gatti, ma il legame più forte è sempre stato quello con i pennuti. Di loro mi affascinava (e mi affascina) praticamente tutto, ma soprattutto quella che credo sia una delle più incredibili meraviglie dell’evoluzione: le piume. Le piume mi affascinano incredibilmente per la loro estrema versatilità. Il piumaggio gli serve infatti per:

  • resistere al freddo, al caldo e al vento
  • non scottarsi al sole
  • essere impermeabili
  • attutire gli urti ed evitare molte escoriazioni cutanee
  • evitare punture di insetti (le zampe coriacee sono già abbastanza immuni)
  • sfuggire alle grinfie dei predatori perchè le piume si staccano permettendogli la fuga
  • riconoscersi e comunicare visivamente tra individui della stessa specie ma anche tra specie diverse
  • comunicare tramite i suoni generati dallo sfregamento di alcune penne e piume specifiche in alcune specie
  • creare il microclima perfetto per covare le uova
  • mimetizzarsi nei loro habitat alla vista dei predatori
  • in alcune specie che vivono in zone aride le piume ventrali fanno addirittura da spugna per trasportare l’acqua ai pulcini distanti centinaia di chilometri
  • ovviamente volare, che comporta enormi vantaggi come ad esempio: cercare e raggiungere cibo in aree molto più vaste (es. migrazione), nidificare in luoghi inaccessibili ai predatori terrestri, sfuggire ai predatori senza dover vivere un’esistenza nascosta o nell’oscurità come quella molti mammiferi.

Come vedete, le piume degli uccelli hanno una miriadi di funzioni importantissime. E la cosa ancora più stupefacente è che le piume vengono sostituite periodicamente per averle sempre in condizioni ottimali. Si potrebbe affermare che gli uccelli hanno conquistato il mondo proprio grazie alle piume. Se volete approfondire su questo tema, ecco il link.

E ovviamente, come vi ho spesso raccontato, il volo degli uccelli è un’altra cosa che mi affascina (e quasi ossessiona) costantemente. Vedere un uccello in volo mi fa provare un enorme senso di libertà e pace, entrambe cose per me importantissime. Tra l’altro mi capita spesso di sognare di volare, ma non stile Superman, ma con un paio di ali, proprio come un uccello! Poi adoro la loro energia e la loro vitalità contagiose. In generale, stare vicino ad un rappresentante qualunque del mondo aviano mi fa star bene, punto e fine. E poi mi affascina tantissimo tutto quello che ruota attorno alla deposizione, la cova o l’incubazione, e la schiusa. Trovo geniale che lo sviluppo dell’embrione e della prole avvenga al di fuori del corpo della madre, all’interno di “capsule magiche” (le uova) che contengono tutto il necessario, eccetto l’ossigeno e il calore, per costruire un giovane uccellino. In questo modo la madre non deve subire lo stress della gravidanza e del parto come noi mammiferi. E poi ovviamente il fenomeno dell’imprinting, che per me è stato affascinante quanto misterioso per molti anni. E poi, e poi, e poi… potrei andare avanti per ore!

Nota: per quanto riguarda gli altri animali volanti, mi piacciono molto anche i pipistrelli e gli insetti, ma non quanto gli uccelli, prevalentemente a causa di una maggior difficoltà d’interazione.

Infatti, per me è importantissimo avere la possibilità di interagire con i pennuti, non mi basta osservarli da lontano, io devo toccarli, giocarci e farli giocare. Insomma, studiarli da vicinissimo. Ovviamente rigorosamente se loro non sono spaventati, perché vedere un uccello terrorizzato e che va a sbattere ovunque mi provoca molto disagio.

Ma torniamo alle mie esperienze con i pennuti. Come ho detto poco sopra, io passavo un sacco di tempo in mezzo ad anatre e galline, e nel mio tempo libero preferivo stare con loro piuttosto che con i miei coetanei umani. Siccome la fattoria era ad uso alimentare, ovviamente gli animali “sparivano” periodicamente per finire nel freezer. La cosa più assurda, se penso a come ragiono ora, è che io all’inizio spesso assistivo alle mattanze, semplicemente erano una cosa assolutamente normale e routinaria. Ci ho messo un po’ di anni a capire veramente quello che succedeva agli animali, e se ci penso ora mi viene male. Ho visto tanto sangue, troppo. L’odore del sangue caldo che sgorgava dal collo di quegli animali me lo ricordo ancora come se fosse ieri. Invece sono passati qualcosa come 20 o 25 anni da quando ho deciso di non assistere mai più ad una cosa del genere. Gli animali vivevano in gabbie minuscole, piene di escrementi, e finivano tutti inevitabilmente sgozzati. È vero, quegli uccelli vivevano molto meglio e più a lungo dei polli negli attuali allevamenti intensivi, visto che potevano uscire in cortile sull’erba almeno due volte al giorno e scorrazzare liberi. Ai conigli però questo lusso non era concesso, e stavano in batteria al buio per tutta la vita. Insomma, per me oggi sarebbe assolutamente impossibile accettare una tale crudeltà, ma non ne faccio una colpa a nessuno, perché io non ho vissuto i tempi difficili del dopoguerra, e non so cosa significa fare la fame. Poi una volta erano altri tempi, e gli animali da consumo non erano percepiti come esseri senzienti e con delle emozioni (neanche adesso a dir la verità…). La mia nonna è stata il pilastro portante della famiglia, e senza il suo duro lavoro oggi non saremmo dove siamo ora. Lei ha nutrito tutta la famiglia per decenni! E sì, purtroppo facendo fuori un sacco di animali. E senza di lei io ora non sarei quello che sono, e forse non amerei la natura e gli animali allo stesso modo. Anche mia mamma ha però contribuito moltissimo, da piccolo facendomi sfogliare le riviste Airone che comprava (piene di natura e animali) e da più grandicello permettendomi di tenere a casa tante bestiole e aiutandomi ad accudirle.

Comunque ci tengo a sottolinearlo, io guardavo E BASTA, non ho mai preso parte alla mattanza di persona, mai. Però poi, una volta morti, spesso aiutavo a “pulirli” per avere il prodotto finito.

Comunque, quegli animali non erano davvero miei. Un giorno, avrò avuto meno di 10 anni, ad una fiera agricola vidi dei piccioni bianchi fantail, quelli chiamati volgarmente “colombe”. In quell’istante decisi che li volevo a tutti i costi! I miei sul momento non me li comprarono, ma poi me li presero (una coppia) come regalo di compleanno. Inutile dire che ero il bambino più felice del mondo. Li portai anche in classe per farli vedere alle maestre e ai miei compagni, per darvi un’idea di quanto fossi orgoglioso di quelle creature.

Questi piccioni avevano bisogno di una grande voliera, e li mettemmo in un’ala del pollaio che aveva il tetto chiuso. Questi piccioni si riprodussero molte volte, e io ero sempre lì a toccacciare i loro piccoli, era più forte di me. E si abituavano alla mia presenza. Purtroppo però dopo un po’ i piccioni in quella gabbia erano diventati troppi e la nonna iniziò a far fuori anche quelli. Lei mi diceva che erano scappati, ma poi li ritrovavo spennati nel suo freezer… I piccioni poi iniziarono a riprodursi tra consanguinei, e iniziarono a venir fuori problemi genetici. Pian piano il loro numero iniziò a diminuire, un po’ morivano per problemi genetici, un po’ per mano di mia nonna, e alla fine rimase un solo piccione. Questo poveraccio stava complessivamente bene, ma era completamente cieco. Fu probabilmente l’unico piccione di quella stirpe a morire di vecchiaia, forse tra il 2007 e il 2010. Nonostante tutte le vicissitudini, in quegli anni ho imparato ad amare e apprezzare i columbiformi, spesso considerati, da quasi tutti, animali sporchi e stupidi. Ovviamente queste persone non hanno mai avuto davvero a che fare con loro, altrimenti avrebbero un’opinione diversa.

Poi, un giorno, mio “zio” e mia nonna tornarono a casa con un nuovo batch di anatre, in particolare anatre mute. Erano ancora anatroccoli, e tra di loro ce n’era uno con il collo storto che continuava a ribaltarsi. Mio zio aveva già preso la sua decisione: buttarlo nella “rudera” (una specie di fossa di cemento dove si buttano gli escrementi degli animali da fattoria in attesa di essere smaltiti oppure usati come concime), ovviamente mentre era ancora vivo. Sarebbe morto di fame e di sete, tutto solo, in mezzo alla cacca. Io, che avevo forse 10-11 anni, stavo assistendo alla scena, e glielo strappai letteralmente dalle mani. Lo portammo a casa, in centro al paese, e gli steccammo il collo con un tubo della carta da cucina. Dopo qualche giorno il collo si era raddrizzato e l’anatroccolo non si ribaltava più. Lo zio lo venne a sapere e mi chiese, scherzando, se poteva riaverlo. Ovviamente, COL CAVOLO CHE GLIEL’AVREI RIDATO INDIETRO!!! Lo stava buttando via vivo!!! E adesso che IO l’avevo guarito lo rivoleva?? Seee, come no! Quell’anatroccolo è diventato la nostra anatra domestica, e l’abbiamo chiamata Quaquina. Alla fine era una femmina, eccola!

E qui con le sue uova!

Abbiamo anche provato a farle covare uova di gallina fecondate, ma purtroppo non nasceva mai nulla, era una pessima chioccia. Forse anche perché le condizioni d’incubazione delle uova d’anatra sono un po’ diverse, sia come umidità che come tempi d’assenza della madre dal nido. Quaquina era diventata la mia migliore amica, e quando tornavo da scuola mi correva sempre incontro scodinzolando. Quaquina è rimasta con noi una decina d’anni e poi è morta nei primi anni 2000 forse per aver ingerito qualche pezzo di metallo affilato, perché in quel periodo c’erano lavori di ristrutturazione in corso a casa nostra. Per me è stata davvero una triste perdita. Le anatre sono tra i miei uccelli preferiti, ma purtroppo sporcano molto e richiedono molto spazio, che al momento non ho (vivo in appartamento). Se (o meglio, quando) un giorno cambierò casa e avrò un giardino in una zona non troppo centrale, prenderò ancora un paio di anatre da compagnia, garantito al 100%. Quasi sicuramente le farò nascere io in incubatrice, per “imprintarle” su di me.

Sempre nei primi anni 2000, forse 2003 o 2004, riuscii ad avere un pappagallino inseparabile di una settimana di vita. Era molto goffo e col sedere gigante, come tutti i giovani uccellini inetti, e lo chiamammo Dodo. Lo alimentavamo a siringa diverse volte al giorno, e andò avanti così per almeno 3 settimane. Dopodiché iniziò ad essere autonomo. Ovviamente, come tutti gli uccelli svezzati a mano, Dodo era un pappagallino perfettamente domestico. Aveva la sua gabbietta, ma lo facevamo uscire piuttosto spesso per svolazzare e giocare in casa, e faceva il bagno nella nostra mano sotto l’acqua del rubinetto. Poi fece un uovo, quindi più che un Dodo era…una Doda! Purtroppo col passare degli anni, tra università e impegni vari, smisi di giocare con lei come al solito, e rimase un po’ abbandonata a sé stessa. Iniziò a sviluppare disturbi da noia e abbandono, e a mordere sempre più spesso. Ed era solo colpa nostra. Di questo mi pento ogni singolo giorno della mia vita, ci credete? Ma col senno di poi sono capaci tutti. Per fortuna mia mamma la intratteneva e la accudiva un po’ più di me…

Ecco Doda pochi mesi prima della sua scomparsa, nel 2014:

L’esperienza con questo inseparabile mi ha fatto capire che purtroppo i pappagalli non sono uccelli che fanno al caso mio, per due motivi:

1) perché emettono suoni troppo potenti e acuti, e io ho l’udito molto sensibile alle alte frequenze

2) perché con il loro becco ricurvo possono fare davvero male, se gli girano “i 5 minuti”

3) perché con un lavoro come il mio, che mi tiene fuori casa per quasi 11 ore al giorno, non potrei mai e poi mai dedicare ad un pappagallo il tempo che merita. Sono uccelli molto intelligenti, e hanno bisogno di un sacco di stimoli e attenzioni (specialmente se non sono con altri loro simili), attenzioni che io non potrei mai garantirgli.

Non fraintendetemi, i pappagalli sono uccelli bellissimi, ma purtroppo non si conciliano con il mio stile di vita né con la mia sensibilità uditiva.

Poi, ancora, ad un certo punto circa 18-20 anni fa mi autoregalai tre quaglie giapponesi d’allevamento, un maschio e due femmine. Le chiamai Bistecca, il maschio, Polpetta e Salsiccia le femmine. Di notte le ritiravamo in una gabbia, ma di giorno le lasciavamo libere per il giardino (non nella fattoria, ma nella casa in centro). In pratica le ho salvate dalla padella. Ai tempi le normative permettevano ancora agli allevatori di tenerle a centinaia in gabbie tutte impilate, alte al massimo 15 centimetri. La loro vita, rispetto a quella dei loro fratelli e sorelle, è stata certamente molto più lunga e felice, e soprattutto sono morte di vecchiaia (vivono al massimo 4-5 anni).

Tre anni fa, dopo 20 anni, ho regalato ai miei genitori alcune quaglie giapponesi, rigorosamente per produrre uova (non da carne!!!), per 2€ l’una. Mia mamma vorrebbe qualche gallina, ma al giorno d’oggi le normative sono troppo severe, e tenere galline in centro al paese è un bel problema. Fortunatamente però per le quaglie non ci sono normative (per ora…), e quindi vai di quaglie! Tre femmine le fanno 3-5 uova al giorno, eccole:

Ecco le quaglie appena trasferite nella gabbia, nell’orto in mezzo al verde, e soprattutto avendo la possibilità di vedere il sole e il cielo! Per non parlare della nuda terra, che loro adorano.

Tenete presente che successivamente abbiamo deciso di raddoppiare la gabbia, per farle stare più comode.

Dalle prime esperienze con le quaglie ho invece capito che questi piccoli galliformi sono perfetti per me: meno ingombranti delle galline, non molto rumorosi, non si offendono se sto fuori casa per più di tre ore, costano pochissimo, e sono simpatici. Uccelli semplici, senza grosse pretese, senza dubbio da valorizzare.

E infine, fin dagli anni ‘90 abbiamo sempre avuto canarini, diamanti mandarini e parrocchetti ondulati (detti impropriamente “cocoriti”). Questi ultimi poi si riproducevano in continuazione, e credo che ad un certo punto avessimo qualcosa come 50 pappagallini! Ogni tanto però introducevo qualche esemplare nuovo, per evitare o ridurre il rischio di problemi genetici dovuti alla consanguineità.

Ecco una foto “d’epoca” di questi pappagallini nella grande voliera in legno (qui erano ancora pochi):

Poi alcune coppie le tenevo in casa in modo che io potessi più facilmente interagire con i loro pappagallini neonati e abituarli a me. Quindi poi li facevo anche volare in casa, specialmente dalla tromba delle scale dove si potevano “allenare” meglio. In ogni caso, l’ultimo uccello domestico che ho avuto prima di una lunga pausa è stata la pappagallina Doda, morta nel 2014. Poi per i 5 anni successivi non ho più avuto altri uccelli domestici.

Nota: qui ovviamente parlo di uccelli, ma negli anni ho avuto un sacco di altri animali tra cui cani, gatti, cavie, conigli nani, un sacco di criceti e topi, tartarughe di terra e d’acqua, e anche un riccio (africano).

Tuttavia…io ho sempre cercato di salvare uccelli selvatici in difficoltà. Ho salvato passeri, rondini, merli, tortore, colombacci, e perfino un rapace, nello specifico un gheppio. In particolare, quest’ultimo è il primo uccello selvatico che ho salvato di cui ho chiara memoria. Avrò avuto 5-6 anni ed ero in campagna in bicicletta con la mia nonna. Un giovane gheppio cadde dal nido davanti ai nostri occhi, e noi lo portammo a casa avvolto in un panno. Lo tenemmo a casa per qualche giorno nutrendolo con carne cruda, per poi affidarlo alle guardie del Parco del Ticino. Me lo ricordo come fosse ieri. Poi ho anche salvato (rubandolo!) un germano reale dalla usuale mattanza della nostra fattoria, liberandolo su Lago di Como. Era strafelice, perché non aveva mai visto così tanta acqua in vita sua.

Facendo un breve salto ancora più indietro, si parla di fine anni ‘70 inizio anni ‘80, mia mamma mi ha sempre raccontato di una giovane cornacchia che avevano salvato e portato a casa, chiamandola Ugo. Era il padrone di casa, e faceva rigare dritto pure il cane! Poi un giorno, quando le ali furono ricresciute del tutto, volò via con i suoi simili. Io ovviamente non c’ero ancora, ma questa storia mi ha sempre affascinato, ovvero di come un uccello, dopo essere stato salvato e accudito, si può affezionare alle persone e diventare un vero amico domestico, esattamente come un cane o un gatto.

E arriviamo ora a 3 anni fa, nel 2019, fine settembre. Un giorno, tornando a casa dal lavoro, ho trovato un giovane piccione proprio davanti al portone del mio condominio. Era molto debole, andava aiutato. L’ho portato in casa (all’epoca non avevo altri animali), e l’ho messo in una gabbia per criceti che avevo in cantina.

Eccolo!

Non mangiava ancora da solo, e quindi mi sono ingegnato per alimentarlo a mano con una siringa riempita di farina, acqua e zucchero. Il giorno dopo stava già un po’ meglio, e sono andato a comprare un mangime per imbecco apposito, sicuramente molto più nutriente della semplice farina 00. Dopo qualche giorno ha iniziato a mangiare da solo le granaglie per colombi che nel frattempo avevo comprato. Ero molto sollevato! Ma la sua ala sinistra sembrava rotta o ferita, perché non riusciva a distenderla completamente. Comunque, giorno dopo giorno interagivo sempre di più con lui, e dopo due settimane stava sulla mano senza problemi. Poi la sua ala iniziava a migliorare ed era arrivato a distenderla come la destra, quindi non era rotta! Anche perché un’ala rotta di solito sarebbe cadente a terra e non sarebbe riuscito nemmeno a tenerla ripiegata sul dorso. Quindi ho iniziato a fargli fare delle prove di volo in garage, e dopo qualche giorno aveva acquisito piena dimestichezza con le ali. Era pronto per tornare in libertà! E si vedeva anche da come si comportava nella gabbia, rivoleva indietro la sua libertà.

Alla fine mi sono deciso, l’abbiamo portato sul balcone con la gabbia e ho aperto la porticina. Ci ha messo un po’ di minuti a uscire e a decidersi a spiccare il volo, ma la cosa bella è che prima di volare si è girato dalla nostra parte e si è avvicinato (sul tavolino) come per ringraziarci! Questa cosa mi ha molto commosso, devo ammetterlo.

Questo piccione, a cui alla fine mi ero affezionato, mi ha ridato la scintilla dell’ornitologia, e mi ha ricordato quanto mi piacciono gli uccelli, dai quali per vari motivi mi ero allontanato. Quella fiamma si era ormai accesa, e non poteva più essere spenta. Quindi, dopo 6 giorni esatti, è successo questo:

Le mie prime quaglie californiane!!!

Le ho prese con il preciso obbiettivo di farle accoppiare, di incubare le loro uova, e di crescere i pulcini a contatto con me per abituarle alle persone e alla vita domestica. Praticamente il sogno di una vita! E tutto partendo da ZERO! Infatti, nonostante la mia esperienza decennale con uccelli di varie specie, l’incubazione artificiale da noi non si usava, preferendo l’incubazione naturale (la cova) usando delle galline particolarmente predisposte, come una mitica gallinella nana (bantam) tutta bianca, chioccia professionista che nella sua lunga vita (quasi 20 anni) ha fatto schiudere centinaia di uova e allevato altrettanti pulcini. È stata senza dubbio la gallina che è rimasta più impressa nella mia memoria.

Quindi, dopo numerosi fallimenti durati sei mesi (qui potete leggere tutta la storia)….eccoli!!!

Alvin e Quasi!!! Nati il 7 giugno 2020.

Poi sono arrivati altri 7 quagliettini, nati il 5 maggio 2021, e il resto della storia la sapete già.

Ecco un brevissimo montaggio video del ritorno di questa “scintilla”, compresa la liberazione del piccione che ho salvato nel 2019 (che avevo chiamato Pizzy):

Questo piccione ha dato una svolta alla mia vita, e ormai una cosa è certa: d’ora in avanti i volatili domestici a casa mia non potranno più mancare! E un giorno, quando cambierò casa, magari riprenderò i piccioni e qualche anatra, che sono tra i miei uccelli preferiti (oltre alle quaglie ovviamente!). E ora che ho preso davvero coscienza di questa mia passione mi impegnerò a fondo per far si che i miei amici pennuti possano vivere una vita lunga e rispettabile, ma soprattutto dandogli la possibilità di volare spesso fuori dalla loro casa base (scatola o gabbia che sia).

Concludendo: se non l’aveste ancora capito, io adoro gli uccelli! E con questo sito sto cercando di trasmettervi tutta la mia passione, arricchendo i miei post con tutte le curiosità affascinanti che ho scoperto scavando a fondo nel mondo dell’ornitologia. Ecco il mio primo post in assoluto, sui motivi per cui adottare un pennuto domestico.

Spero che la mia storia vi sia piaciuta!

A presto e grazie della lettura!

3 pensieri riguardo “Gli uccelli della mia infanzia

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