Parliamo del genere Harpia

Il genere Harpia (pronunciato “arpìa”, con l’accento sulla “i”) comprende una sola specie, la magnifica, potente e maestosa aquila arpìa (Harpia harpyja), uno dei rapaci predatori più grandi al mondo. Il primato è conteso anche dall’aquila delle filippine e dall’aquila di mare di Steller, e il vero vincitore non è ancora stato decretato definitivamente. L’aquila arpìa, o anche solo arpìa, è una grande aquila neotropicale, diffusa, anche se rara, in Centro e Sud America. Sono tipici rapaci “da foresta”, e generalmente stanno lontani dalle aree disturbate dalla deforestazione, ma visitano regolarmente il mosaico semiaperto di foreste/pascoli, principalmente durante le incursioni di caccia. Possono essere osservate mentre sorvolano i confini delle foreste in una varietà di habitat, anche su campi coltivati e città. Sono state osservate anche in aree dove viene praticata la silvicoltura di alto livello.

Vediamo ora la classificazione tassonomica:

Aves -> Accipitriformes -> Accipitridae -> Harpiinae -> Harpia

Il nome Harpia deriva dalla mitologia greca. Infatti le arpie (letteralmente “le rapitrici”, dal verbo greco ἁρπάζειν harpazein, “rapire”) sono descritte come creature mostruose, con viso di donna e corpo d’uccello. L’origine del loro mito deve forse ricondursi a una personificazione della tempesta. Le arpie, figlie di Taumante ed Elettra e sorelle di Iride, Celeno, Ocipete ed Aello, sono citate nell’Odissea di Omero (libro XX): in una preghiera ad Artemide Penelope ne parla come di procelle e ricorda che rapirono le figlie di Pandareo per asservirle alle Erinni. Esiodo parla di due arpie, Aello e Ocipete. Di esse dice che avessero una magnifica capigliatura e che fossero potenti nel volo. Fonte Ed è probabilmente proprio per quest’ultima descrizione che è stato scelto il nome arpìa. Infatti, la testa di questo rapace, grigio chiaro, è adornata da una doppia cresta di piume grigie dalla punta più scura, che nel complesso ricordano una folta capigliatura “umana”. Il volo poi é potente e deciso (come del resto lo è quello di molte altre grosse aquile), e la loro tecnica di caccia si sposa molto bene con la traduzione letterale dal greco, ovvero “le rapitrici”. Poi ne parleremo.

Ecco quindi la maestosa aquila arpia:

Oltre al piumaggio della testa, di cui ho parlato poco fa, il piumaggio dorsale dell’aquila arpia è di colore nero ardesia, mentre la parte ventrale è per lo più bianca, ad eccezione dei tarsi piumati, che presentano piccole bande nere orizzontali. La base del collo è adornata da un’ampia fascia nera che separa il grigio della testa dal bianco del petto. La parte superiore della coda è nera con tre bande grigie che la attraversano orizzontalmente, mentre la parte inferiore è attraversata da tre bande bianche. L’iride è grigia, marrone oppure rossa, la cera (la parte carnosa dove sono poste le narici) e il becco sono neri o nerastri, mentre i tarsi e le dita delle zampe sono gialle. Il piumaggio è identico tra maschi e femmine ma, come accade in tutti i rapaci, le femmine sono più grandi dei maschi, pesando in media il 35% in più di questi ultimi.

Una femmina adulta può arrivare anche a 10 kg di peso, 107 cm di lunghezza e 2,24 metri di apertura alare. I maschi invece raramente raggiungono i 6 kg di peso, e questo fa sì che i due sessi non siano in competizione diretta per il cibo, dal momento che scelgono prede di dimensioni molto diverse. L’aquila arpìa ha ali relativamente corte e ampie, un adattamento che aumenta la sua manovrabilità negli habitat forestali ed è condiviso da altri rapaci che vivono in habitat simili. Per questo la sua apertura alare è superata da diverse grandi aquile che vivono in habitat più aperti, come quelli dei generi Haliaeetus e Aquila. L’aquila di mare di Steller (Haliaeetus pelagicus) può infatti raggiungere un’apertura alare di 2,45 metri. Fonte

Un’arpia con un macaco tra gli artigli Fonte
Un’arpìa che vola al pugno di un falconiere Fonte

Tuttavia c’è una cosa in cui l’aquila arpia resta assolutamente imbattuta: gli artigli. Le aquile arpie possiedono infatti gli artigli più grandi di qualsiasi aquila vivente e sono state osservate sollevare prede che eguagliavano il loro stesso peso corporeo. Ciò consente loro di strappare un bradipo vivo dai rami degli alberi, così come altre prede proporzionalmente grandi per le loro dimensioni. Le femmine adulte sono in grado di afferrare regolarmente grandi scimmie urlatrici, scimmie ragno o bradipi adulti, che possono pesare dai 6 ai 9 kg, e trasportarle in volo fino al loro nido senza atterrare, un’enorme impresa di forza. È come se un’alpinista di 70kg dovesse scalare una parete rocciosa verticale portando su un’altro alpinista di 70kg mentre questo sta dormendo. Non sono esperto di alpinismo, ma non credo sia un’impresa umanamente possibile.

Ma quindi, che artigli e che zampe servono ad un’arpìa per poter compiere un’impresa simile? Ovviamente degli artigli e delle zampe assolutamente micidiali!

Vorrei farvi notare che gli artigli di un’arpìa sono grandi quasi quanto quelli di un orso grizzly (il riquadro nella foto), che pesa 100 volte un’aquila! La dimensione media degli artigli è di 8,6 centimetri nei maschi e di 12,3 centimetri nelle femmine. Giusto per completezza, ecco una collezione di vari artigli di uccelli, mammiferi e rettili:

Gli artigli dell’aquila arpìa (i primi in alto a sinistra) sono significativamente più grandi di quelli della ben più nota e diffusa aquila reale (quelli subito a destra), e sono molto più lunghi perfino di quelli, subito sotto, di una tigre siberiana (!!!). Ma non è solo una questione di dimensione degli artigli, bisogna anche avere la forza necessaria per usarli come si deve. La forza della presa di un’aquila arpia è qualcosa di eccezionale, non ne avete un’idea! Nonostante le sue zampe non siano molto più grandi di una grossa mano umana, la loro forza è nettamente superiore, qualcosa come 5 o 6 volte più forti! La stretta delle loro zampe riesce ad esercitare una pressione superiore ai 50 kg, sbriciolando le ossicine delle loro prede e uccidendole all’istante. Fonte Per darvi un termine di paragone, la zampa di un’aquila arpia ha all’incirca la stessa forza della mandibola di un grosso cane come un rottweiler o un dogo argentino.

Chi deve maneggiare un grosso rapace come queste aquile, ad esempio per cure veterinarie, deve stare molto attento, perchè se il suo braccio finisse tra le loro zampe ci sarebbero serie conseguenze. I loro artigli potrebbero facilmente trapassare un braccio di un uomo adulto da parte a parte, e se prendessero l’arteria si potrebbe morire dissanguati in pochi minuti. Non voglio immaginare se afferrassero la testa…

Le aquile arpìe adulte sono tra i superpredatori del loro ecosistema, e pochi animali possono rappresentare un serio pericolo per gli esemplari adulti. Le loro prede principali sono i mammiferi che vivono sulle chiome degli alberi e la maggior parte della loro dieta si concentra su bradipi e scimmie. Le scimmie compongono una parte importante nella dieta di questi uccelli, e le specie più comunemente predate includono scimmie cappuccino, saki, scimmie urlatrici, scimmie titi, saimiri e scimmie ragno. Scimmie più piccole, come tamarini e uistitì, vengono apparentemente ignorate. Anche altri mammiferi parzialmente arboricoli e persino terrestri possono divenire preda di questo rapace se si presenta l’opportunità, ad esempio porcospini, scoiattoli, opossum, formichieri, armadilli e persino carnivori di piccola-media taglia, come kinkajou, coati e tayra. Nel Pantanal, una coppia di aquile nidificanti predava in particolare porcospini arboricoli (Coendou prehensilis) e agouti (Dasyprocta azarae), dal momento che nemmeno le irte spine di questi animali possono scoraggiare queste aquile, con le loro zampe potenti e coriacee. Talvolta le arpìe catturano anche grossi uccelli arboricoli come le are e i galliformi della famiglia delle Cracidae. I maschi invece catturano prede molto più piccole, che raggiungono massimo la metà del loro peso.

Sono stati anche osservati esemplari predare bestiame domestico, come polli, agnelli, capre e maialini, sebbene questi eventi siano estremamente rari in circostanze normali. Le aquile arpie sono molto importanti anche per il controllo della popolazione di mesopredatori come le scimmie cappuccine che predano ampiamente le uova degli uccelli e che (se non controllate naturalmente) potrebbero causare estinzioni locali di specie particolarmente sensibili.

Normalmente, le aquile arpie usano la “caccia d’appollaiamento”, che consiste nell’osservazione dell’area e dell’attività delle loro prede, appollaiandosi per brevi periodi e spostandosi da un albero all’altro. Dopo aver individuato la preda, l’aquila si fionda rapidamente su di essa, afferrandola con i potenti artigli, strappandola dal ramo su cui si trovava, e immobilizzandola con il suo peso e la forza dell’impatto. Da qui si può ben capire quanto sia perfetto il nome di “aquila rapitrice”! Talvolta, invece, le aquile arpie prediligono la caccia “sit-and-wait”, ovvero “siediti e aspetta” (comune nei rapaci che vivono nelle foreste), dove rimangono appollaiati per lunghi periodi su un punto alto vicino ad un’apertura, un fiume o un deposito di sale dove molti mammiferi vanno ad assumere nutrienti. A volte, possono anche cacciare volando all’interno o al di sopra delle chiome degli alberi. Sono stati anche osservati individui inseguire le loro prede in volo, schivando agilmente alberi e rami, uno stile di predazione comune ai falchi del genere Accipiter, che cacciano altri uccelli in volo in habitat intricati e pieni di ostacoli come le foreste.

Ecco un paio di video che mostrano lo stile di caccia di questo rapace:

Parlando della riproduzione, queste aquile costruiscono il loro nido in alto sugli alberi della foresta tropicale, a 16-43 metri d’altezza, solitamente sulla biforcazione principale. Il loro nido è bello grosso, ed è essenzialmente costituito da rami secchi.

Un nido di aquile arpìe Fonte

Le aquile arpie costruiscono spesso i loro nidi nella chioma dei kapok, uno degli alberi più alti del Sudamerica. In molte culture sudamericane, abbattere un albero kapok è considerato un gesto di malaugurio, in quanto proteggere questi alberi aiuta a salvaguardare l’habitat di questo maestoso rapace.

Non è noto se queste aquile eseguano un corteggiamento nuziale ma si ritiene che siano monogame, e che le coppie restano assieme per tutta la vita. Una coppia di aquile arpie, di solito, alleva un solo pulcino ogni 2-3 anni. La femmina depone due uova ma, dopo la schiusa del primo pulcino, il secondo uovo viene ignorato e normalmente non si schiude, a meno che il primo pulcino non muoia. L’uovo viene incubato per circa 56 giorni. Quando il pulcino ha 36 giorni, è già in grado di stare in piedi e camminare goffamente per il nido.

Un’arpìa con il suo pulcinotto Fonte

Il pulcino si invola all’età di 6 mesi, anche se i genitori continueranno a nutrirlo per altri 6-10 mesi. Durante la cova, il maschio porta il cibo per la femmina e, in seguito, per l’aquilotto, ma fa anche un turno di incubazione mentre la femmina va a caccia per se stessa e per il partner. La maturità riproduttiva non viene raggiunta fino a quando gli uccelli non raggiungono i 4-6 anni di età. Gli adulti possono essere estremamente aggressivi nei confronti degli umani che disturbano il loro sito di nidificazione o per qualsiasi animale che sembri una minaccia per i loro piccoli.

Questa specie è in gran parte silenziosa lontano dal nido. Lì, gli adulti emettono un grido penetrante, debole e malinconico, ed maschi durante il periodo di cova emettono “grida o lamenti”. I richiami delle femmine durante la cova sono simili, ma più bassi. Mentre si avvicina al nido con il cibo, il maschio emette “rapidi cinguettii, richiami simili a quelli di un’oca e occasionali urla acute”. La vocalizzazione in entrambi i genitori diminuisce con l’età dei nidiacei, mentre i pulcini diventano più vocali. I pulcini emettono un “chi-chi-chi…chi-chi-chi-chi”, per richiamare l’attenzione dei genitori in risposta alla pioggia o alla luce solare diretta. Quando gli umani si avvicinano al nido, i pulcini emettono gracidii, starnazzi e fischi.

Essendo una specie minacciata dalla deforestazione, molto spesso gli ornitologi locali (e non solo) si arrampicano fino ai loro nidi, quando i genitori non ci sono, per poter verificare lo stato di salute dell’aquilotto e magari per poter piazzare delle webcam per poter seguire lo svezzamento in diretta da remoto. Questa operazione è assai rischiosa, e potrebbe facilmente scatenare l’ira dei genitori, con dei passaggi a bruciapelo a tutta velocità per scoraggiare i potenziali predatori (gli ornitologi). Vi ricordate come sono le zampe delle arpìe? Ecco, se un’arpìa adulta vi colpisce a 90 all’ora con quelle lame micidiali vi apre in due, vi sventra.

Ecco quindi degli ornitologi che rischiano grosso:

All’inizio del video si vede anche un’arpìa, probabilmente nata in cattività, che sta sul pugno di un falconiere. Nel video spiegano che se l’aquila stringesse la presa sul guantone di pelle (apposta per la falconeria) potrebbe facilmente perforarlo e arrivare al braccio. Per fortuna non sono solite decidere di farlo!

Sebbene abbia un areale notevole, l’aquila arpìa sta divenendo sempre più rara, e la sua distribuzione e le popolazioni selvatiche sono diminuite notevolmente. È minacciata principalmente dalla perdita dell’habitat a causa della deforestazione eccessiva per far posto all’allevamento del bestiame e all’agricoltura intensiva. È inoltre minacciata per dalla caccia, particolarmente dalle popolazioni locali che la vedono come una minaccia per il bestiame e/o per se stessi, a causa delle sue grandi dimensioni. In realtà, come dicevo prima, le aquile arpìe raramente attaccano il bestiame domestico in condizioni normali, e non si hanno resoconti di attacchi a persone. Tuttavia, le sue grandi dimensioni e il fatto che non sembrino aver paura degli umani ne fanno un “bersaglio irresistibile” per i cacciatori.

Diverse iniziative per la conservazione della specie sono in atto in vari paesi. Dal 2002, The PeregrineFund ha avviato un programma di conservazione e ricerca per l’aquila arpia nella Provincia di Darién. Un progetto di ricerca simile è in corso in Brasile, presso l’Istituto Nazionale di Ricerche Amazzoniche, attraverso il quale 62 siti di nidificazione noti sono monitorati da ricercatori e volontari delle comunità locali. Un pulcino di aquila arpia è stato dotato di un trasmettitore radio che permette di seguirlo per più di tre anni tramite un segnale satellitare inviato all’Istituto nazionale di ricerche spaziali. A Panama, sempre il The PeregrineFund ha realizzato un progetto di riproduzione e rilascio in cattività che ha rilasciato un totale di 49 uccelli a Panama e in Belize. A Belize, il Belize Harpy Eagle Restoration Project è iniziato nel 2003 con la collaborazione di Sharon Matola, fondatrice e direttrice dello zoo del Belize e del The PeregrineFund. L’obiettivo di questo progetto è di ripristinare la popolazione di aquile arpia all’interno di Belize. A partire dal novembre 2009, sono state rilasciate 14 arpìe e sono monitorate dal PeregrineFund attraverso telemetria satellitare. Fonte

Nonostante tutti gli sforzi, finchè non fermeremo e invertiremo la piaga della deforestazione, un sacco di specie potrebbero estinguersi in pochi decenni o perfino anni, compresa l’aquila arpìa. Fortuna che perlomeno si riesce ad allevarla in cattività.

Curiosità: l’aquila arpìa è l’uccello nazionale di Panama, ed è raffugurata sullo stemma ufficiale di stato.

Lo stemma di Panama Fonte

Per concludere, l’aquila arpìa è un rapace imponente e maestoso, a rischio estinzione come molti altri animali, a causa della nostra avidità e sete di potere, soldi e spazio, dove piazzare le nostre orripilanti e oscene colate di calcestruzzo e acciaio. E dovremmo solo vergognarci.

P.S.: ho voluto parlare di questa specie perchè, forse non ci crederete, l’ho sognata proprio stanotte! Ho sognato che dovevo tenere in casa un’aquila arpia per qualche giorno, ed ero preoccupatissimo che potesse far del male alle mie quaglie, ma queste erano stranamente assolutamente tranquille, cosa alquanto irrealistica!

A presto e grazie della lettura!

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