Cos’è l’addomesticamento

In biologia, la domesticazione (o addomesticamento) è il processo attraverso cui una specie animale o vegetale viene resa “domestica”, cioè dipendente dalla convivenza con l’uomo e dal controllo da parte di quest’ultimo.

La domesticazione è intesa come un processo che l’uomo mette in atto scientemente per perseguire determinati scopi: animali usati come mezzo di trasporto per persone o cose, come cibo, per ricavarne materiali pregiati (lana, seta, ecc), altri semplicemente per intrattenimento o compagnia, altri ancora per essere usati nella caccia. C’è un dibattito tra la comunità scientifica su come funzioni il processo di addomesticamento. Alcuni ricercatori danno credito alla selezione naturale, dove mutazioni al di fuori del controllo umano rendono alcuni membri di una specie più compatibili con la vita domestica. Altri hanno mostrato che una selezione artificiale controllata attentamente è responsabile di molti cambiamenti collettivi associati con l’addomesticamento. Queste categorie non sono mutuamente esclusive e sembra che la selezione naturale e quella artificiale abbiano entrambe giocato un ruolo nel processo di addomesticamento nel corso della storia umana.

Agricoltori egizi, 3400 anni fa Fonte

Addomesticamento degli animali

Secondo il fisiologo Jared Diamond, le specie animali devono possedere i seguenti requisiti per poter essere addomesticate:

  1. Dieta flessibile: animali che riescono a digerire una grande quantità di fonti di cibo e possono vivere con poco cibo sono meno dispendiose da tenere in cattività. Allevare carnivori, infatti, non è quasi mai economicamente vantaggioso.
  2. Tasso di crescita ragionevolmente veloce: il rapido raggiungimento della maturità, se comparato con la vita umana, facilita gli interventi di selezione e rende gli animali “utilizzabili” in un tempo breve.
  3. Possibilità di essere allevati in cattività: le creature che sono riluttanti a riprodursi in cattività non producono prole e la loro presenza è limitata alla cattura in natura.
  4. Buon carattere: gli animali aggressivi verso l’uomo sono pericolosi da tenere in cattività.
  5. Temperamento che renda difficile il panico: un animale nervoso è difficile da mantenere in cattività dal momento che tenterà di fuggire se spaventato.
  6. Gerarchia sociale modificabile: le creature sociali che riconoscono una gerarchia di dominanza possono essere allevate in modo da riconoscere l’uomo come loro leader.
  7. Strategia di difesa sociale: alcune specie animali, se attaccate adottano strategie di fuga per dispersione altre di raggruppamento. Nel primo caso ciascun animale fugge in una direzione differente in modo da costringere i predatori a seguire singoli individui. Altri si raggruppano in mandrie che mettono al centro di un cerchio i membri più deboli e nel cerchio esterno gli adulti a difesa. L’istinto di appartenenza a una mandria quindi aiuta nell’addomesticare gli animali: è più facile e conveniente spronare un’intera mandria in una certa direzione che tentare di andare a catturare i singoli membri dispersi di un branco.

Gradi di addomesticamento

Un sistema di classificazione che possa aiutare a risolvere questa confusione può essere questo, presentato secondo un grado di addomesticamento crescente:

  1. Selvatico: queste specie hanno tutto il ciclo di vita al di fuori di un intervento umano deliberato.
  2. Allevato allo zoo o in un giardino botanico: queste specie sono nutrite e talvolta nate sotto il controllo dell’uomo, ma restano un gruppo essenzialmente indistinguibile come aspetto e comportamento dalla loro controparte selvatica.
  3. Allevato commercialmente: queste specie sono allevate in gran numero per produrre cibo o materie prime, o per il commercio di animali domestici, ma come gruppo non sono sostanzialmente diversi dalla controparte selvatica per l’aspetto o il comportamento. Talvolta si indicano queste specie come “parzialmente addomesticate”.
  4. Addomesticato: queste specie o varietà sono nate e cresciute sotto il controllo dell’uomo per molte generazioni e sono sostanzialmente modificate come gruppo per l’aspetto ed il comportamento.

Specie addomesticate

Il primo animale domestico conosciuto sembra essere il cane, addomesticato circa nel 14.000 a.C., presso le popolazioni di cacciatori-raccoglitori, in diverse località: Europa settentrionale e qualche migliaio di anni dopo in Asia nord-orientale. Vi è una precoce testimonianza dell’addomesticamento delle api, in forma di pitture murali, datate attorno al 13.000 a.C. I successivi tre, la capra, la pecora e il maiale, furono addomesticati intorno al 10.000-8.000 a.C., indipendentemente nel Levante e in Asia. Il piccione è stato forse il primo uccello ad essere addomesticato, attorno al 8.000 a.C. Recenti evidenze archeologiche a Cipro indicano l’addomesticamento di un tipo di gatto circa nel 7.500 a.C. Il pollo, si stima circa nel 6.000 a.C., in India e nel sud-est asiatico. Sempre circa 8.000 anni fa venne addomesticata la mucca, in India, Medio Oriente e Africa subsahariana. La prima prova di addomesticamento del cavallo(probabilmente nella Russia settentrionale) si ha circa nel 4.000 a.C. Pressappoco alla stessa epoca risalgono l’addomesticamento dell’asino, avvenuto probabilmente in Egitto, e del bufalo d’acqua in Cina. Il lama e l’alpaca sono gli unici animali di grossa taglia addomesticati nelle Americhe, nel 3.500 a.C. circa, sulle Ande. Specie locali equivalenti e specie più piccole furono addomesticate dal 2.500 a.C.; a questa epoca risalgono gli ultimi addomesticamenti di mammiferi di grossa taglia, il cammello e il dromedario, il primo in Asia centrale e il secondo in Arabia. Poi l’anatra e l’oca, circa nel 2.000 a.C.; il tacchino, attorno all’anno 0. Tra le specie addomesticate più di recente ricordiamo la quaglia, 900 anni fa, il coniglio, 500 anni fa, il canarino, 400 anni fa e il criceto, attorno al 1930. Ma ce ne sono molte altre.

Cos’è il sinantropismo

Con il termine sinantropismo (dal Greco syn-, “assieme” + anthropos, “uomo”) si intende l’attrazione di specie animali o vegetali selvatici verso ambienti profondamente alterati dall’uomo come centri abitati, parchi e giardini, sistemi fognari, discariche, ecc.

Le specie sinantropiche ricavano beneficio dall’insediarsi in questi luoghi grazie alla presenza di cibo o all’assenza di predatori; da questa categoria sono esclusi tutti gli animali domestici intenzionalmente inseriti dall’uomo, mentre sono inclusi gli animali addomesticati e rinselvatichiti (ad esempio i piccioni) e un gran numero di quelli che gli umani classificano come parassiti oppure infestanti.

Tra gli esempi di creature sinantropiche si includono molti roditori, i passeri domestici, i piccioni, i gabbiani, gazze e corvi, alcune specie di anatre, le rondini, molte blatte e zanzare, i pidocchi, alcune specie di formiche e molte altre specie inurbate come ad esempio diverse specie di scoiattoli e cinghiali. Il sinantropismo può avvenire anche per via indiretta tramite altre specie sinantropiche che attirano nuove specie animali all’interno dello stesso habitat. Ad esempio i piccioni possono rendersi indirettamente responsabili dell’aumento di popolazioni di animali che li predano, come il falco pellegrino.

L’allevamento intensivo

L’allevamento intensivo è una pratica con lo scopo di soddisfare l’enorme richiesta di prodotti di origine animale (in particolare carne, uova e latticini) abbattendone al contempo i costi, in modo da rendere questa categoria di prodotti adatta al consumo di massa. Se la riduzione dei costi e la possibilità di produrre su scala industriale erano inizialmente gli unici fattori a influire sulle modalità e le tecniche impiegate nell’allevamento intensivo, in seguito queste sono state sottoposte a un continuo processo di revisione in funzione di considerazioni come la tutela degli animali, l’igiene e la qualità dei prodotti, l’impatto ambientale e via dicendo.

Alcuni elementi comuni alla maggior parte degli allevamenti intensivi sono i seguenti:

  1. Gli animali siano trattenuti in spazi più o meno ristretti, allo scopo di massimizzare l’uso dello spazio disponibile e semplificare le operazioni di nutrimento e cura.
  2. Gli animali sono in gran numero.
  3. Le condizioni fisiche degli animali, incluso il loro stato di salute, vengono tenute sotto controllo sia attraverso misure igieniche che eventualmente per mezzo di farmaci.
  4. L’alimentazione degli animali viene ugualmente controllata in funzione delle caratteristiche (costo, qualità) del prodotto finale da ricavare.

La pratica dell’allevamento intensivo è oggetto di numerose critiche di ordine etico, salutistico e ambientalista.

Benessere degli animali

Molti animalisti sostengono che negli allevamenti intensivi le condizioni di vita degli animali sono sensibilmente peggiori di quelle degli animali allevati in modo tradizionale. I movimenti animalisti hanno attaccato diverse pratiche in uso negli allevamenti, alcune delle quali sono state in seguito rese illegali in alcuni paesi. Per esempio, sono stati denunciati casi in cui gli animali subivano regolarmente amputazioni, venivano cresciuti in ambienti talmente ristretti da causare atrofia muscolare ed erano tenuti al buio per tutta la vita. Inoltre tuttora nell’allevamento dei polli, circa il 45% dei pulcini nati, ovvero quasi tutti i maschi, vengono uccisi senza pietà a pochi giorni di vita perché inutili ai fini dell’allevamento intensivo.

Igiene e salute

Sebbene gli allevamenti intensivi siano teoricamente adatti a conservare un maggiore livello di igiene rispetto al caso di animali cresciuti in natura, esiste il rischio che un uso eccessivo di farmaci (per esempio antibiotici) porti al diffondersi di nuove forme di batteri resistenti a tali medicinali. Particolarmente criticato è l’uso di farmaci volti a indurre lo sviluppo corporeo degli animali (per esempio ormoni). Anche l’alimentazione degli animali degli allevamenti intensivi è stata spesso oggetto di attenzione e critiche. Per esempio, l’uso di farine di origine animale per nutrire le vacche è stato considerato fra le cause della diffusione del morbo della mucca pazza.

Impatto ambientale

I rifiuti provenienti da enormi quantità di animali concentrati in aree relativamente piccole causano inquinamento delle falde acquifere, polvere, insetti e cattivi odori nella zona circostante. I liquami zootecnici sono ricchi di elementi come l’azoto e il fosforo e la loro dispersione nell’ambiente può pertanto causare gravi danni, come l’eutrofizzazione. Al contempo, le attività legate all’allevamento su grande scala causano un importante depauperamento delle risorse naturali del territorio (soprattutto acqua). Inoltre, l’allevamento intensivo viene considerato essere la causa principale del riscaldamento globale, tra l’altro per la deforestazione che si rende necessaria per estendere le monocolture dei mangimi e i pascoli degli animali.

Animali da compagnia

Un animale da compagnia è un animale con il quale gli esseri umani convivono per il puro piacere di farlo. La maggior parte degli animali da compagnia appartengono a un numero ristretto di specie, preferite per il loro aspetto o per il comportamento. I cani e i gatti sono certamente gli animali da compagnia più diffusi, seguiti da uccelli, rettili e pesci. Questi ultimi necessitano di attrezzature specifiche (gabbie, terrari, acquari). Fanno parte degli animali da compagnia anche alcuni tipi di anfibi e, più raramente, anche artropodi come ragni e scorpioni.

Nel rapporto padrone-animale da compagnia si attua una vera e propria donazione reciproca: il padrone investe soldi, tempo e attenzioni sull’animale, che lo ripaga con la sua propensione altruistica e amore incondizionato. In quest’ottica si colloca un’accezione positiva dell’umanizzazione dell’animale che diventa destinatario di interesse e attenzioni che ne accrescono il benessere. La condivisione di spazi e di tempo favorisce il corretto sviluppo del carattere dell’animale d’affezione, che si sente protagonista della famiglia con le sue peculiarità e i suoi bisogni.

Possedere un animale d’affezione può apportare diversi benefici alla salute dell’uomo. Si pensi alla pet-therapy, una forma di terapia, in uso in tutto il mondo, che impiega gli animali da compagnia per migliorare lo stato psicofisico delle persone. Inoltre, vi sarebbero importanti benefici caratteriali derivanti dal prendersi cura di un animale: relazioni più solide, aumento della leadership e dell’impegno sociale e, in generale, la tendenza a diventare persone migliori. La ricerca evidenzia che sono proprio la qualità e la natura del rapporto con l’animale a fare la differenza. In particolare, sono i bambini e i ragazzi, ancora in piena età evolutiva, a beneficiare maggiormente di questa compagnia.

Il rapporto tra uomo e animale presenta anche degli ostacoli, specie all’inizio, quando il secondo viene inserito in un contesto umano a cui non è abituato. Il padrone determina la vita dell’animale da compagnia, ne condiziona la genetica, sceglie l’ambiente in cui dovrà vivere, le esperienze che dovrà affrontare.

L’antropomorfizzazione può avere conseguenze negative quando incide sulle caratteristiche etologiche dell’animale. Differenze importanti nel codice comunicativo possono portare, infatti, a fraintendimenti, poiché, talvolta, l’antropomorfizzazione costituisce una soluzione di comodo per l’uomo, che evita così lo sforzo di capire il codice comunicativo dell’animale. Non è il cane (o qualunque altro animale) a dover parlare il nostro linguaggio, perché non lo potrà mai fare, ma siamo noi che dovremmo rispettare il suo modo di essere. Seppur amati e coccolati, gli animali da compagnia rischiano di perdere le caratteristiche peculiari della loro razza, di diventare incapaci di socializzare con i simili e possono soffrire di ansia e stress. Fonte

Conclusioni: come la vedo io

Ho voluto scrivere questo post per cercare di fare chiarezza sui concetti di “cattività” e “addomesticamento” e per rispondere a tutte quelle persone che criticano apertamente chiunque abbia adottato come animale domestico un qualunque animale diverso essenzialmente da cane, gatto o pesce rosso. In quasi tutti gli attacchi il concetto principale è sempre lo stesso: “gli animali (cosiddetti) selvatici dovrebbero essere lasciati nel loro habitat naturale e non tenuti in cattività per non farli soffrire”. Detta così suona sicuramente come un’affermazione giusta. Il problema è che i presupposti di questa affermazione non sempre sono corretti. Vediamo i motivi:

  • si presuppone che gli animali siano stati brutalmente strappati al loro habitat naturale, ma spesso non è così
  • chi usa la parola “selvatico” non ha ben chiaro il suo significato. Anche un animale “insolito”, se nato in cattività, non è più un animale selvatico
  • spesso chi pronuncia quella frase possiede cani e/o gatti, e sta già godendo dei benefici di migliaia di anni di selezione artificiale e di cattività di questi animali. Io la chiamo ipocrisia;
  • se si ha tempo, pazienza, rispetto, spazio e conoscenze adeguate, anche specie “insolite” e non addomesticate da millenni possono vivere una vita più che dignitosa a contatto coll’uomo.

Perché, se l’animale viene rispettato, la vita a contatto con le persone ha sicuramente numerosi vantaggi: protezione dalle intemperie, cure mediche, nessun predatore e cibo a volontà. Tutto questo sacrificando la libertà di “scorrazzare o volare libero e felice nella natura”. Ma la realtà è un po’ diversa. Escludendo le specie più intelligenti, la maggior parte degli animali ha in mente solo una cosa: sopravvivere! Quindi, essere al sicuro, mangiare e riprodursi. E la vita in natura è molto più dura di quanto immaginate. Malattie, parassiti, predatori, combattimenti, la continua ricerca di cibo, insomma, un’estenuante e continua lotta per la sopravvivenza. La riprova di ciò è data dal fatto che gli animali domestici vivono molto più a lungo delle loro controparti selvatiche. E molti animali, come spiegato in questo post, hanno scelto volontariamente di vivere in mezzo a noi, per godere di (quasi) tutti questi benefici. Persino noi abbiamo scelto di vivere in “cattività” nelle grandi città per godere degli stessi identici benefici: protezione dalle intemperie, cure mediche, nessun predatore e cibo a volontà. Abbiamo sacrificato la libertà di scorrazzare liberi nelle foreste e praterie, e siamo contenti di averlo fatto. La qualità della nostra vita è aumentata sensibilmente. Quindi perché non concedere anche agli animali questi privilegi? Ovviamente è necessario che questi animali siano nati e cresciuti in mezzo a noi e sono assolutamente contrario alla cattura di animali selvatici per metterli nelle gabbie. Io sono un forte sostenitore del concetto di “Cage-Free Pet”, per TUTTI gli animali (ovviamente anche per gli uccelli). Vogliamo creare un legame unico con loro? BASTA GABBIE!!! Facciamoli vivere veramente insieme a noi e non dietro le sbarre. E vi assicuro che è possibile, basta volerlo.

Per concludere, secondo la FAO, gli allevamenti intensivi sono la principale causa del riscaldamento globale e della riduzione della biodiversità sul nostro pianeta. Se vogliamo dare un futuro ai nostri figli dovremmo smettere di utilizzare prodotti provenienti da allevamenti intensivi e iniziare a proteggere e rispettare la natura che ci circonda.

Perché di Terra ne abbiamo una sola!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...